martedì 24 febbraio 2015

Una serata in un locale

Non ho nemmeno provato a mischiarmi.

Come un pesce fuor d'acqua sto riuscendo a scrivere sulla mia agendina in una situazione che a tutto inviterebbe fuorché alla scrittura. Sorrido di me, nel vedermi poggiata qui, su questo tavolino che indossa una tovaglia semi vellutata color bordeaux. Non mento se scrivo che son nata sotto il segno dei pesci e non mento se scrivo che questo non è l’oceano.

Immaginate l’esatto opposto dell’oceano: come ve lo rappresentereste?
Potrebbe essere innanzitutto uno spazio confinato (non che l’oceano non lo sia ma ne passa di mare prima di toccare l’argine e comunque sia si parla si terra, un elemento con una forza immensa) il cui confine sia limitato da pareti che, sebbene alte, son comunque dei fronti la cui funzione tende alla chiusura. Il loro colore è rosso scuro adesso. Non sono visibili alla luce del sole poiché non prevedono finestre o meglio ne scorgo una solamente ed è coperta da un pesante tendone blu, come quelli dei grandi teatri. Il pavimento sebbene di marmo lastricato non arriverà mai a rimandare il suono del piede scalzo sulla terra o dello scroscio dell’onda che con forza giunge a riva.

Cos'altro vedo? Quella specie di lampadari moderni stile gran serata che scendono come degli stronzi (al momento l’unica immagine a cui mi rimandano questi lampadari si da il caso siano proprio gli stronzi) appesi e sebbene abbiano numerose lucine pulsanti colorate ad animarli, che potrebbero sembrare allegre agli occhi di qualcuno, di fatto sono irritanti per il cervello e per le pupille sottoposte ad un moto di allargamento e restringimento intermittente. Se da questa specie di lampadari sposto un poco lo sguardo ho modo di vedere dei cubi molto grandi che scendono dal soffitto e che ad ogni lato incorporano uno schermo. 4, 8, 12, 16… il numero degli schermi che mi si manifesta muovendo gli occhi, proprio come un pesce, sono inversamente proporzionali alla voglia che hanno le persone che si trovano in questa sala di andare a dormire. Una massa di corpi che si strusciano a passi di rumori che escono da delle casse poggiate al lato opposto rispetto a quello in cui mi trovo.

Oceano: anche in quello che può sembrare il più desolato profondo nello sconfinato spazio d'acqua che anima la terra la luce del sole filtra per toccare le alghe. Potrebbe portare a perdersi la ricerca del suo spazio ma non condurrà mai alla perdizione.
La mobilità dell’acqua scorre e fluisce lasciando a questi corpi che vedo ballare di fronte a me solo un suo pallido ricordo. Non tutto ciò che viene dall’alto è buono, come gli schermi ed i lampadari cui accennavo prima. Le forze del basso regalano coralli ed alghe, odori salmastri del sudore della terra in contrasto con gli odori dei profumi artificiali spruzzati addosso ai corpi delle persone che riempiono questa sala grandissima.
Questo posto non è l’oceano eppure vogliamo davvero riempire così questo tempo e questo spazio? 

venerdì 6 febbraio 2015

Umiltà

Dall'altra parte dell’essere spavaldi ed arroganti vi è l’Umiltà.
Umiltà è sapere che non sempre si potrà centrare il bersaglio sebbene si sia certi della propria mira. Magari quel bersaglio non è stato messo li esclusivamente per te ma per qualcos’altro o perché anche attraverso e grazie a te si giungesse al suo compimento.
Tutto è a nostra disposizione ma ciò non corrisponde a voler arrogarsi il diritto di usufruirne nel modo che riteniamo migliore per noi.
Umiltà è chinarsi, chinarsi dove gli altri non vogliono.
Umiltà è parlare con grazia, con amore, con il fine dell’amore.
Umiltà è permettere all’altro di manifestarsi e non avere la presunzione di conoscere le sue intenzioni ed il suo mondo interiore meglio di lui.
Umiltà è consigliare nella piena fiducia, è accompagnare senza giudizio.
Umiltà è permettere un confronto, lasciare aperta una porta.
Mettere al centro una persona e lapidarla con le parole non è umiltà.
Essere sempre accondiscendenti non è umiltà.
L’umiltà è forza, è lacrime, è linfa, è la vita che si manifesta con amore.
Umiltà è anche sacrificarsi affinché l’amore fluisca.
Umiltà è accettare di vivere un’umiliazione non invitata per l’amore collettivo.
Umiltà è comprendere che l’altro è un mondo che viaggia parallelo al tuo e con il quale tu confini. Umiltà è non permettersi di superare quel confine.
Umiltà è restare in silenzio, è ascoltare una risposta quando fai una domanda senza la presunzione di conoscerla in anticipo.
Umiltà è ringraziare ed incoraggiare chi collabora ad un progetto comune.
Umiltà è astenersi dallo scegliere per l’altro.
Umiltà è andare incontro, è essere consapevoli che si può sbagliare e ringraziare per questo.
Umiltà è non far valere a tutti i costi le proprie convinzioni.
Umiltà è prendere una parte all’interno di un disegno che è più grande di te, ma non lasciare che il tuo disegno diventi il tutto.



martedì 20 gennaio 2015

Nasi Putih ossia il Riso in Indonesia

Che mangiavi in Indonesia?
Talvolta noto una smorfia di scontento sul volto di chi si sente rispondere che cosa mangiassi in Indonesia. E' proprio così, in Indonesia (e in generale sul Sud-est asiatico) si mangia sempre riso. Sempre.
E i frutti tropicali? Gli Indonesiani non ne mangiano molti, anzi quasi nulla. A differenza di come si crede comunemente la frutta non è così deliziosa e per questo loro ne comprano pochissima e ne mangiano ancora di meno. L’unico frutto che ha un sapore vivo è il mango ma per il resto siamo lontani dall’idea che abbiamo della frutta dell’America Latina. Sono semplicemente due cose diverse.
Ci sono naturalmente anche altri cibi come i pezzi di galline, i gamberi, più di 4 tipologie diverse di uova
e pochissimi tipi di verdure come le carote, gli spinaci, i broccoli e le melanzane (che gli Indonesiani non gradiscono). Tofu, tempeh, manioca. Non esistono formaggi, non esistono maiali e derivati del maiale essendo un paese prettamente musulmano (a meno che non andiate nei quartieri cinesi).
Quelli elencati sono solo alimenti di accompagnamento al piatto principale che è il riso: se non appositamente specificato è sempre riso bianco altrimenti la variante è riso fritto (nasi goreng). Insieme al riso si serve anche una coppetta con la salsa di peperoncino (saus sambal). Se non viene servita la coppetta col peperoncino vuol dire che hanno già pensato loro a metterlo nella pietanza che state per mangiare.
Le prime due settimane in Indonesia avevo il singhiozzo fisso, un grande bruciore ovunque, erano i segni dell’iniziazione.
Riso a colazione, riso a pranzo e riso a cena dunque. Tutti i giorni.
Risaie immense brulicanti di mondine, ampie distese invase dal sole cocente, piedi e mani umidi e costanti nel lavorare e nel pregare. Si è grati al riso, al lavoro immenso che c’è dietro, al nutrimento che se ne riceve. E’ inconcepibile non fare un pasto con qualcosa che sia diverso da questo alimento perché è la base alimentare di questo popolo; è ciò che permette loro di vivere e lavorare.
In Indonesia non si chiede “cosa hai mangiato” ma si chiede se “hai mangiato” (“sudah makan?”) perché è scontato che si mangi il riso. Il fatto di chiedere se si è mangiato o meno, poi, è ancora più profondo: appena ci si incontra ce lo si chiede ed il valore che viene dato a questa domanda equivale al nostro “come stai”.
Quattro quinti del piatto sono occupati dal Nasi e la restante quinta parte è colmata da pochi cibi che nominavo sopra (piccantissimi). L’economia e la salute di questo popolo dipendono dalla coltivazione del nasi in tutto e per tutto.
Il Governo Indonesiano ha difatti, più volte, sottolineato l’urgenza di variare la dieta alimentare nel Paese in quanto il cambiamento climatico potrebbe minare un’agricoltura poco differenziata e che dipende fortemente dalla coltivazione del riso. Questa sollecitazione ha lo stesso risultato del parlare ai mulini al vento. Il riso è sacro, è l’alimento principe e deve esserci, non si può ridimensionare un aspetto profondo della cultura indonesiana perché il clima sta cambiando.
Colazione, pranzo e cena. Colazione, pranzo e cena. Colazione, pranzo e cena. Basti sapere che il 90% del riso asiatico viene prodotto qui a Java, in più di duecento milioni di fattorie. Risulta dunque problematico diversificare la produzione agricola, e ancora di più le abitudini di queste persone.
Che mangiavo in Indonesia?
Una preghiera chiamata Nasi putih.






sabato 3 gennaio 2015

Chi è contro i cacciatori scagli la prima pietra

Sento la necessità di scrivere queste parole.

Premessa
Il cacciatore non è bracconiere; non esisterebbero altrimenti due termini e due figure distinte.

Ora.
Prima di toccare i punti inerenti la caccia ed i cacciatori sarebbe mio piacere farvi notare che per ovini, bovini, equini, suini, caprini, pollame e selvaggina d’allevamento vengono effettuate queste operazioni:
1.Trasferimento. Ammassati come bestie, appunto, spesso senza acqua ed esposti al biossido di azoto dei mezzi di trasporto.
2.Stordimento. Pistola a proiettile captivo, commozione cerebrale, elettronarcosi, esposizione al biossido di carbonio; strumenti di morte diversi dai fucili dei cacciatori, pur comunque strumenti di morte.
3.Iugulazione. Vengono appesi per gli arti posteriori e con un coltello vengono recisi i grandi vasi sanguigni del collo o del petto per permettere il completo dissanguamento.
4.Depilazione. Nei suini avviene la c.d. scottatura con l’ immersione in vasche bollenti per vari minuti o l’utilizzo di raggi infrarossi per dilatare i bulbi piliferi e facilitare la successiva depilazione.
5.Spiumatura. Anche qui viene usata la scottatura come sopra.
6.Scuoiamento. Vengono  asportate le corna -negli animali con le corna-  e le estremità delle zampe anteriori, mentre la rimozione della testa dipende dal processo di lavorazione. Poi si incide con una lama per  tutta la lunghezza del corpo degli animali appesi per le zampe posteriori alla guidovia, e si prosegue al sollevamento dei lembi che verranno poi agganciati alle macchine scuoiatrici o tirati a mano con l'aiuto di coltelli per lo scollamento dalla muscolatura sottostante. Tranquilli che altri lo fanno per voi.
7.Eviscerazione. Dal collo fino al perineo viene effettuata una incisione al fine di estirpare i vari  organi - rognoni, fegato, animelle, cervello , milza, ecc. – che magari non mangiate perché vi fanno senso ma intanto quelli son stati eviscerati.
8.Mezzenatura. La carcassa viene tagliata in più metà con una sega.
9.Stoccaggio. Le carcasse sono avviate allo stoccaggio in  celle frigorifero dove i vari pezzi  vengono lasciati "maturare" attraverso il processo di frollatura.
10.Impacchettamento e trasporto al rivenditore.
11.Acquisto da parte del consumatore di pezzi di animali morti ammazzati. Avete le mani pulite e non avete sparato nemmeno un colpo!

Oltre l’industria dei mattatoi, esiste la macellazione a domicilio per autoconsumo per le specie suina, caprina, volatili da cortile e conigli. Non dimentichiamo poi i pescatori le cui prede subiscono una delle morti peggiori.
Se dunque date il vostro consenso a queste attività perché non dovreste darlo ai cacciatori?

Veniamo ai cacciatori.
1.Devono conseguire l’abilitazione di tiro e sostenere un esame scritto ed uno orale suddiviso in tre parti (legislazione venatoria, conoscenza degli animali -per distinguere le specie cacciabili da quelle non-, conoscenza delle armi da fuoco) al fine di conseguire la licenza di caccia. Studiano quindi tutto ciò che concerne la selvaggina, l’habitat, le classificazioni:  genere, famiglia e specie .
2.Pagano circa 300 euro a persona tra tasse statali, locali ed assicurazioni per praticare la caccia che comunque è consentita massimo per tre giorni a settimana (il tutto è certificato dall’obbligo di portare con sé il tesserino della stagione venatoria nel quale si deve apporre la data ogni volta).
2.Acquistano fucili e cartucce, contribuendo consapevolmente al mantenimento dei relativi mercati.
3.Svolgono la loro attività in un periodo stabilito dalla legge (la stagione venatoria dura dalla terza domenica di settembre al 31 gennaio, solo quattro  mesi dunque. Diverso il discorso per l’industria dei macelli aperta tutti i mesi).
4.Vanno a caccia. Ho partecipato a delle battute di caccia come fotografa. Lungi da me il sostenere che tutti i cacciatori (come ogni categoria) sono persone corrette e responsabili in quanto esseri umani. I cacciatori con i quali mi sono trovata dopo aver sparato raccoglievano i bossoli: la campagna è di tutti e sarebbe bello tutti contribuissimo a mantenerla pulita e monda. Il Mondo si chiama mondo proprio perché originariamente era pulito. Magari la prossima volta che ci si ritrova a fare una scampagnata ricordiamoci che l’immondizia (tipo le cicche delle sigarette) è nociva allo stesso modo dei bossoli.
5.Sparano. Usano un fucile e dei proiettili al posto degli strumenti che ho descritto sopra atti alla macellazione, quindi ugualmente agli altri uno strumento di morte. La differenza consiste nella consapevolezza:  mentre sparano sanno che quell'azione porterà ad una uccisione. Voi quando comprate la carne siete consapevoli della morte che qualcuno ha volutamente ed appropriatamente (non parliamo delle ragioni, parliamo degli atti) provocato sotto vostro mandato/consenso?
6.Spiumano. Lo fanno da se, piuma dopo piuma, guardando l’animale morto che hanno tra le mani e toccandone, se fatto nell'immediato, il corpo ancora caldo. Voi avete mai provato a spellare un ovino o un suino ancora caldi?
7.Trasporto. La selvaggina, in genere, viene messa nel carniere (tascapane) e, in casi eccezionali, caricata addosso. Voi ve lo accollereste un suino? Ma no, ci sono altri che lo spezzettano con la sega e lo impacchettano per voi!
8.Nessun acquisto da parte dei cacciatori. Hanno preso parte al processo dall'inizio alla fine sporcandosi le mani.

Dunque siete contro a cosa esattamente?

Conosco dei cacciatori che amano il bosco e la campagna più di tanti pseudo ambientalisti. Ho visto cacciatori rattristiti sinceramente per non aver potuto incarnierare la preda abbattuta, dopo ripetuti tentativi di ricerche, perché quel sacrificio era stato inutile.
La differenza tra chi mangia carne, favorevole però all’abolizione della caccia, ed i cacciatori, che sono  mangiatori anche di altre carni oltre la selvaggina, è che questi ultimi non delegano nessuno. Sono consapevoli dell’atto dell’uccisione delle prede.

La vera sfida per il cacciatore è individuare e stanare la selvaggina che sta cacciando e non riempire il carniere ad ogni costo. Detto in altre parole la selvaggina ha possibilità di scampo ed il suo tempo lo vive in piena libertà. Gli animali da macello invece sono condannati a morte dalla nascita.
Sia ben chiaro che ciò che compiono resta un orrore, ma non superiore a quello che avviene nella  macellazione. Non si possono condannare i cacciatori e salvare i mandanti dei macellai, perché provocano la stessa morte.

E, per finire, credo che non possiamo essere presuntuosi al punto di negare che tutti gli animali percepiscano la trama, l’inganno, l’avvicinamento, l’appostamento, la presenza minacciosa di uomini armati di fucili o, nel caso  dei mattatoi, pistole a proiettile captivo, seghe elettriche, coltelli, vasche bollenti, corde, bastoni.
Il cane ed il gatto hanno più sensibilità degli altri animali solo perché li avete addomesticati? Siamo seri, casomai ne hanno di meno perché hanno assunto il vostro modo di vivere ed il vostro ambiente isolato spesso dalla terra (parlo di “voi” e non “noi” perché per scelta non ho animali addomesticati che condividono il mio stesso habitat).
La sensibilità la si sviluppa maggiormente in mezzo ai propri simili, nel proprio habitat e non in quello in cui noi scegliamo loro debbano vivere. E quando scegliete di avere il vostro amato gattino o cagnolino o pesciolino o coniglietto o uccellino in gabbia state scegliendo voi per loro, e sono centinaia di anni che la loro natura è stata addomesticata da noi di modo da rendere adesso questi animali dipendenti da noi quanto loro erano nati selvatici.
I cani ed i gatti non hanno poi tutta questa sensibilità in più che voi credete, non l’hanno potuta sviluppare recentemente e di certo quelle passeggiatine giornaliere (magari nello squallore di una metropoli) che li portate a fare non li ripagherà mai della libertà di poter volare, correre o nuotare e cacciarsi da soli da mangiare.
Perché una mucca dovrebbe avere meno sensibilità di un cane? Ho visto dal vivo gli occhi imprecanti di una mucca che stava per essere ammazzata. Sentiva eccome. E’ stata una delle esperienze peggiori che abbia mai vissuto. E non solo gli occhi, ho sentito le sue grida, quelle grida assordanti di terrore, il terrore della consapevolezza di chi conosce l’assassinio che si sta per compiere sulla propria vita.

Prima ancora della caccia chiedetevi se non sia il caso di chiudere anche i macelli e/o  di tenere gli animali dentro casa vostra. Coerenza ci vuole, non giudizio.
Per quanto mi riguarda si possono lasciare aperti i macelli, si possono lasciar cacciare i cacciatori, si possono lasciar pescare i pescatori e si possono tenere gli animali dentro l’habitat domestico. Ogni manifestazione umana deve poter aver modo di essere manifestata.

Ad ognuno la propria scelta di prendere parte o non prendere parte.
Io, a tutto questo, ho scelto liberamente di non contribuire ma mi batterò affinchè un uomo diverso da me abbia la possibilità di fare la sua, 

Marzia Risucci


venerdì 26 dicembre 2014

Dimmi di che religione sei, ossia dimmi chi sei

I sette giorni di fitta formazione, precedenti allo svolgimento del  mio servizio in Indonesia, hanno visto il mischiarsi una serie di pensieri agli antipodi.
Tra le primissime raccomandazioni che mi son state fatte vi è stata questa:
se una qualsiasi persona ti chiede la tua religione di appartenenza tu devi rispondergli con il nome di una qualsiasi religione. Tutte vanno bene purché la risposta non sia ateo.
Non ho avuto alcun giudizio relativamente a questa raccomandazione: ho solo notato come all'interno di una formazione questo sia stato un dato di primaria rilevanza nei modi e nei tempi in cui è stato posto. Era forse qualcosa di prevedibile: mi trovavo d'altronde nel paese più popoloso al mondo a maggioranza musulmana e non solo, l’Indonesia tende alla religiosità nel suo più profondo intimo, nella terra stessa.
Una parte di me ha provato, a dire il vero, un piacevole sollievo nell'ascoltare questo messaggio; in qualche modo ero rasserenata perché non avevo bisogno di mentire a quella domanda qualora mi fosse stata posta. La stessa domanda in Italia, agli occhi della maggior parte delle persone che ho conosciuto sin ora, potrebbe assumere un colore beffardo.

Mi presento al mondo indonesiano, giavanese per l’esattezza, e ancora più specificatamente alla famiglia ospitante, al vicinato, al mercato, ai couchsurfer, agli anziani, ai bambini e la preghiera che mi viene rivolta è sempre uguale:
“Di che religione sei?”
 “Ma cristiana o cattolica?”
(nella terminologia indonesiana, diversamente dall'italiano, con cristiano ci si riferisce esclusivamente ai protestanti)
“Vai a messa?”
“In quale chiesa?”
Quasi sempre dopo la prima domanda mi si incomincia a storcere la bocca in quanto sento la pressione di voler essere incasellata in una definizione alla quale non voglio prendere parte.
La mia volontà di non mentire cozza con la voglia di conoscenza di questo popolo che amo tanto.
La religione è senza dubbio l’aspetto che più permea questa cultura, è tessuta nelle sue viscere.
Ricordo una sera di essere uscita con Bapak Sigit  (Sigit è il nome del mio hosting father) ed il resto della mia famiglia ospitante per accompagnare la suocera ad un gruppo di preghiera. Era sera, dunque la Chiesa era chiusa, ma lui aveva parcheggiato giusto sotto l’entrata ove vi era il custode della stessa. Bapak Sigit si rivolge a lui, dice qualcosa che non capisco (in lingua giavanese), poi mi invita ad uscire dalla macchina. Il guardiano mi indica l’ingresso della Chiesa: “Silakan” (prego).
Bapak Sigit aveva chiesto al custode se gentilmente poteva aprire la Chiesa per me dato che non ero mai entrata a pregare in una Chiesa dal mio arrivo in quella famiglia e adesso era tutta a mia disposizione e potevo farlo tranquillamente.
Un atto molto gentile da parte sua, sebbene non richiesto. Il portone della Chiesa era ormai aperto e lui aveva dato la sua benedizione: “adesso puoi entrare e pregare”.
Amo questo popolo, amo la costanza e l’impegno che ciascun membro pone nell'anelare a divenire un buon fedele, giorno e notte, in ogni contesto, con ogni persona.
Bapak Sigit mi ha dato un grande insegnamento negli ultimi giorni prima del mio rientro in Italia, e comunque restano GRANDI per coloro i quali vogliono appartenere a quel cammino specifico, per chi sceglie di mettersi nel binario di una religione perché, benché se ne dica o si speri diversamente, il binario è uno.
Lui voleva divenire un buon musulmano e quindi era tenuto, per suo volere, a rispettare certi precetti e certi orari. Ma era anche il capo famiglia quindi quella stessa retta via doveva farla seguire alla sua famiglia tutta. Io ero ospite e membro della sua famiglia quindi dovevo seguire le regole di quella casa allo stesso modo e non importava se la mattina aspettavo un’ora seduta a fare nulla: loro si svegliavano per pregare alle 04.30 ed io non potevo restare a dormire, non era giusto. E non importava che a 30 anni uno potesse aver avuto la voglia, almeno solo per una volta, di restare fuori con gli amici: alle 21.00 il portone chiudeva per tutti e se restavi fuori era un problema tuo. Dopo l’ultima preghiera della sera le uniche cose concesse nella mia casa erano studiare o dormire, che viste così potrebbero sembrare un castigo. 

In realtà, dopo aver maturato l’intensità e la durezza di questa esperienza che adesso racconto con poche parole, RINGRAZIO quel periodo di castità notturna, di riconciliazione con la notte e con il sonno, di riappropriazione del silenzio e della mia vita. 

-Nel gennaio di quest'anno un uomo di nome Alexander Ann è stato rilasciato dopo 19 mesi di carcere  a seguito di pubblicazioni sul suo blog in cui sosteneva l’inesistenza di Dio con l’accusa di incitamento all'odio religioso.

-Anche i non musulmani usano la parola “Allah” per riferirsi a Dio (si vedano le traduzioni in indonesiano della Bibbia dei cristiani)


-il Parlamento dell'Indonesia mantiene l'articolo 64 il quale limita la scelta della religione esclusivamente ad una delle seguenti: islam, cristianesimo, cattolicesimo, induismo, buddhismo e confucianesimo. La legge indonesiana obbliga i cittadini ad indicare sulla carta d'identità a quale di queste sei religioni si appartenga senza contemplare il restante mezzo milione di persone che appartengono a religioni minori o sono atee esponendoli al rischio di persecuzione.

Interviste fatte a Kamila, donna musulmana che indossa la hijab (il velo) e ad Arya, amico che lavora per la Presidenza.
Dicembre 2014

Domande:
1.       Do you believe that identity is identified with the religion which people belong to?
2.       Do you think that ask “what’s  your religion” in some way  is similar to ask “who you are?”
3.       Why in Indonesia when people know a new person, after few minutes talking,  they asked about which religion the other belong to?
4.       Do you think that people who belong to the same religion are more likely to work in the same projects or institutions?
6.       How much do you think religion influence the culture of your people?
7.       In which way, how the religion is so important in Indonesians lifestyle?
8.       Please, feel free to add additional thoughts or other descriptions if you think fit.

Risposte Kamila:
1.       No, I don't. In my opinion identity is just for identity, I mean in Indonesia identified your religion on identity is for make sure that you’re embrace any religion for national data system and something like that. (goverments archievs)
2.       Not really, but sometimes (for some people) it can be use for  benchmark to assessing a person’s personality. Because sometimes people can recognize a person’s personality  from their outlook, this is the easy way. (example: people will judge a girl with hijab as a good girl or people can judge a guy with a bunch of tattoo and rebel style as a badguy(?))
3.       Really? I think it depends on the people. In my opinion, that is an impolite way to know people ever. Because i think after you knew their religions, sometimes social gap thingy will arise (this is kind of Indonesian tradition). So i never asked “whats your religion” to everybody, its better if i know by my self a.k.a stalking.haha.
4.       My answer is almost the same with number three question, it depends on the people or company or projects itself. Because in Indonesia a lots of people on each religion too strict about their religion, whereas every religion teach us to be respectfull to other people. This kind of big problem here Indonesia. (this is also the answer for number 5)
6.       50:50, for old-era people (my grandparents era), religion 100% influence their culture in every step they take. But its different  in these era, some people just dont care about their religion (although they has a religion).
7.       I dont know how to say, but i think its very important because Indonesia was born as a nation with a strong religion and Indonesia is wbased on Moslem religion.
8.       In my opinion, people that hold/embrace any religion, they will morely have an direction of their life. I mean, they will have a basic reason for what they will doin. And for me, every religion actually teach us the same lesson in life.

Risposte Arya
1. No
2. No
3. Because Indonesia doesnt accepted to atheis person or without God
4. No, I don't think so
5. Before maybe yes, now no
6. Very much
7. Ya because for the Indonesian people religion is the way to make a good life, every religione
8. Please, feel free to add additional thoughts or other descriptions if you think fit.


                                    La mia splendida hosting family 

lunedì 22 dicembre 2014

Quella scuola indonesiana

Sono le 6.30 e la scuola inizia fra mezz’ora.
Ecco la direttrice della scuola dove oggi inizio a lavorare.
In un ingloindonesiano scoordinato mi invita a seguirla al piano superiore dell’edificio.
Sono in piedi dalle 5.00, il sole già picchia che nemmeno nella Valle dei Templi a mezzogiorno del 15 agosto, l’aula ha un odore sgradevole.
Non circola aria, l’umidità mi assale lentamente ed il respiro fa fatica ad entrare ed uscire.
In tutto ciò ho dormito 4 ore, mangiato mezza banana bollita ed ho il ciclo.
Mi congedo dalla Preside ed esco sul pianerottolo dove almeno un filo d’aria, in questo frangente, scorre e dove il sole, che non ha ancora battuto sul muro, lascia un poco libero il respiro.

La scuola si chiama Tunas Harum Bangsa e significa i “bambini degli alberi”. E’ una scuola trilingue privata (a Giava vi sono tantissime scuole private; chiunque abbia anche solo una minima possibilità manda i propri figli nelle scuole private dal momento che in quelle pubbliche il servizio è pessimo) e  comprende materna ed elementari. 

Ecco un’altra insegnante che arriva e mi domanda perché stia sul pianerottolo… domande, quante domande! A mano a mano arrivano le altre insegnanti che comunicano in giavanese, la lingua parlata in una zona ben definita dell’isola di Giava e non afferro nulla di quanto viene detto. Mi viene comunicato di andare all'ingresso della scuola a salutare i bambini in arrivo, molto bene!
Arrivo alla porta d’ingresso e vedo disposte in linea e con la divisa scolastica una insegnante di lingua indonesiana, una di lingua cinese e vedo avanzare il mio corpo per andare ad occupare il terzo posto dell’insegnante di lingua inglese.
Di fronte a noi uno ad uno, composti, entrano i bambini accompagnati dai genitori. Ognuna di noi è tenuta a fare un saluto per ogni bambino che entra: i bambini della materna si salutano porgendogli la mano destra e quelli delle elementari congiungendo le mani davanti al petto. Se un bambino porge la mano sinistra è tassativamente vietato ricambiare. Si deve insegnare da subito ai bambini a non usarla, senza però motivarne il perché.

Una digressione:
In Indonesia la mano sinistra viene usata solo per lavarsi le parti intime. Non si usa la carta igienica e per pulirsi, in tutti i bagni, vengono messi a disposizione un secchio o una vasca pieni d’acqua con vicino un pentolino di plastica con il quale si prende l’acqua dal secchio per lavarsi. Viene da subito insegnato a prendere il pentolino con la mano destra e a lavarsi le parti intime con quella sinistra e allo stesso modo viene insegnato ad usare esclusivamente la mano destra per qualsiasi tipo di rapporto sociale. Nessun indonesiano vi passerà mai un qualsiasi oggetto con la mano sinistra o fermerà mai un taxi con la mano sinistra perché sa che il taxi tirerà dritto. E’ da grandi maleducati usarla nei rapporti con gli altri.

Dunque pongo estrema attenzione, ogni mattina, e tengo la mano sinistra lunga sul fianco. Un paio di volte mi è sfuggito di rispondere spontaneamente al saluto mancino di questi minuscoli bambini allungando la mano sinistra: milletrecentosessantanove occhi puntati addosso! Scusate, scusate tanto!
Finita la cerimonia quotidiana dei saluti che dura circa mezz’ora (dato che le classi sono 15) inizia la seconda cerimonia: il saluto alla bandiera. Nel grande prato all’interno della struttura ciascuna classe viene fatta disporre in fila indiana, una accanto all'altra, dalla materna alla quinta elementare in ordine crescente. Di fronte alle classi così disposte vi sono i tre membri fondatori dell’istituto privato e al loro lato destro, a turno, tre insegnanti e tre bambini pronti a leggere e guidare la cerimonia.
Parte il distaccamento di tre bambini della 5 elementare, in divisa, che marciando si posiziona davanti la Preside facendo il saluto militare, dunque portando la mano destra sul lato destro della fronte. Lei ricambia. Una delle maestre preposte all'atto, legge la Dichiarazione di Indipendenza Indonesiana e subito parte l’Inno Nazionale. Tutti (le classi, le maestre e il corpo dei collaboratori scolastici) si pongono sull'attenti e portano la mano alla fronte, con un saluto militare che riverisce l’innalzarsi, per mano dei tre bambini che tirano la corda sul palo altissimo, della bandiera della Repubblica dell’Indonesia. Qualcuno si gira per vedere se faccio lo stesso, inclusi i bamini; non sono assolutamente abituati alla presenza di una bule.

(Per vedere il significato di bule vedere l’articolo dal titolo “Ardi”)



mercoledì 10 dicembre 2014

La Vie en Vélo

A qualcuno un giorno sarà, forse, capitato di imbattersi improvvisamente - tra le vie della città - in qualche orda festosa di ciclisti, chiedendosi da dove fossero sbucati, chi fossero e, soprattutto, dove andassero: per chi ancora se lo stesse chiedendo, ha avuto un incontro ravvicinato con la Critical Mass.
   La Massa Critica è un raduno spontaneo di persone (non necessariamente sportive) che scelgono la bici come mezzo di trasporto, spesso come unico mezzo di trasposto! Particolarità di questo movimento è di essere di difficile definizione proprio perché non vi è una struttura organizzativa o gerarchica. A differenza dei ciclisti della domenica che fanno uscite fuori porta e perlopiù in fila indiana, nella Critical Mass l’uscita è indoor; si pedala dunque internamente alla città stessa nella quale quotidianamente ci si sposta e senza seguire l’ordine della fila indiana: viene occupata tutta la corsia stradale.
Il messaggio, comune, che si vuole portare quando ci si raduna e si comincia a pedalare in massa è la visibilità, all'interno delle città dove spesso le macchine la fan da padrone e le bici te le fa il ladrone.
Questa ricorrenza molto attesa tra il popolo del ciclismo urbano lo è meno per gli automobilisti che ne restano ai margini, dove i margini son quelli creati intorno ad una scia di velocipedi che attraversano vie, vicoli e viali della città. Non vi è mai un percorso stabilito, tutto viene deciso sul momento da chi si trova in testa al gruppo. Ognuno è libero di andare in testa e proporre un percorso e così via.
Una data a cadenza mensile (nella legge non scritta è ogni ultimo venerdì del mese) che sta vivendo il suo undicesimo anno nella città di Roma.
Appuntamento e luogo sono gli unici punti fermi di questa massa in movimento: ore 18.30 a Piazza Vittorio.

 Questa volta arrivo puntuale, per pregustare l’inizio. Non si spacca mai il minuto per la partenza, questo per dare modo ai partecipanti di radunarsi e incominciare a fare massa da fermi. E’ una delle parti più belle per me. Lentamente il marciapiede di Piazza Vittorio comincia a prendere la forma di tante ruote da pista, da strada, da sterrato, da down hill. Telai degli anni 80 si mischiano alle più moderne pieghevoli e telai ‘cancello’ (come vengono scherzosamente chiamati da qualcuno) si fanno strada tra le più preformanti bici a scatto fisso. Qualcuno, come me, ha ridato vita ad una Graziella.
Uno spazio di scambio, di dialogo e di condivisione. Il potere della bicicletta è grandissimo: raduna in maniera trasversale tutta la società. Ci sono bambini, adolescenti incuriositi, trentenni speranzosi,  genitori combattivi, anziani esemplari. Si, ci sono anche gli hipster!
Non esiste differenziazione di sorta che regga quando si è in sella, non esistono categorie lavorative che creino differenze nel dialogo; la bicicletta unisce tutti sotto lo stesso volere/valore: pedalare.
Si parte, si sale verso la Stazione Termini per poi svoltare a sinistra e, dopo essersi lasciati Piazza dei Cinquecento sulla destra, andare in direzione di Piazza della Repubblica.
Girare intorno alla Piazza e poi scendere su Via Nazionale e come da rituale passare sotto il Traforo Umberto I: c’è sempre esaltazione quando si passa sotto il traforo perché ogni voce rimbomba e ogni campanello trova eco. Video, fotografie e impennate su una ruota; qualcun altro si mette in piedi sui pedali.
La massa poi continua dritta fino a Piazza del Popolo dove si compatta, si ferma cinque minuti per una chiacchierata e riparte alla volta della Tangenziale Est. La critical mass si rende visibile ovunque, non solo tra le strade del centro perché i ciclisti sono ovunque, soprattutto nelle periferie.

Si pedala per migliorarsi, perché si crede  che dal momento in cui si è dotati e si è in grado di usare braccia e gambe tanto valga muoverli per spostarsi in autonomia totale. Si pedala per amore dell’aria, si pedala per amore delle tasche, si pedala soprattutto per riappropriarsi degli spazi. Lo spazio è di chi lo vive e allora una volta al mese coloriamo la nostra città di tanti telai, portando un messaggio di mobilità nuova, viva.


Ride on.